Rileggendo la sostenibilitá. L’Architettura e la sua visione della Natura.

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Rileggendo la sostenibilitá.
L’Architettura e la sua visione della Natura.

David Abondano, Manuela Ianni

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Se dovessimo scegliere una parola che riassuma il pensiero occidentale del XX secolo, sicuramente questa sarebbe “dualismo”. Difatti, mediante l’ideologia dualistica s’introdusse una struttura mentale binaria che si basava sul conflitto latente tra due posizioni in antitesi, chiudendo le porte a posizioni ibride; tale conflitto si risolveva temporaneamente in favore di una sola corrente, rappresentativa di una sola identitá, reale o ideale. Di conseguenza la societá, optando per la contrapposizione di concetti come mente/corpo, naturale/artificiale, forma/funzione o, nell’ambito geo-politico, Est/Ovest, risultava essere espressione di un pensiero unidirezionale, ma dicotomico.

Fu proprio a partire dalla contrapposizione tra Est ed Ovest, piú che dal confronto, che si definí la strategia política della seconda metá del XX secolo, e solo con la fine della Guerra Fredda si assistette alla dissoluzione della tensione tra questi ideali opposti. A questo punto la societá, spogliata di quel credo che l’aveva mantenuta coesa, perse la paura del contrario che si incarnava nella minaccia del nemico, ed i Governi si ritrovarono senza uno strumento di controllo. Si rese necessario incontrare una nuova preoccupazione. A tal proposito si puntó al Medio Oriente, non per una questione política o religiosa, ma per il controllo sull’approviggionamento energético del pianeta, il petrolio, dando inizio ad una nuova crociata política ed ideologica: la battaglia energética.

Ampliando la prospettiva storica, ci si puó domandare le ragioni per cui la preoccupazione per i ricorsi energetici inizió solamente da vent’anni a questa parte, quando il problema dell’approviggionamento d’energia inizió addirittura 20 anni prima della caduta del muro di Berlino (1989), momento in cui la OPEP prese la decisione di aumentare drásticamente il prezzo del petrolio, paralizzando l’esportazione ai paesi che avevano appoggiato Israele durante la guerra del Yom Kippur. La risposta a questa domanda richiede un’analisi che va ben oltre gli obiettivi di questo articolo, peró ci si puó limitare ad osservare che questo fenómeno conosciuto come “la Crisi del Petrolio” non fu presentato al mondo come un problema político, bensí come un fenómeno naturale, in base al quale i Governi si trovarono nella posizione di dover annunciare che il pianeta non era un luogo dalle risorse energetiche illimitate che potevano sfruttarsi all’infinito. Questo fu l’inizio di una nuova paura.

Come conseguenza di questo evento si cambió la forma in cui si guardava alla Natura. Dalla Grecia antica fino alla seconda metá del XIX secolo, la Natura era fonte di belleza, tanto per le arti che per l’architettura, peró alla fine dello stesso secolo si rifiutó il suo utilizzo come ricorso stilistico, essendo questo vincolato ad un pensiero classico in netto contrasto con la necessitá di principi nuovi per una nuova architettura. A partire del XX secolo, con il Movimento Moderno, l’architettura acquistó la capacitá di produrre forme sulla base di modelli estranei alla Natura, con i quali si potevano realizzare prodotti nuovi a livello plastico; con un’architettura che voltava le spalle alla Natura e una societá che veniva articolandosi sempre piú intorno all’industria, la macchina fu presa come nuova fonte di belleza, suggerendo un’estetica basata sulla funzionalitá.

Nonostante il generale rifiuto dei modelli naturalistici dovuto all’approccio funzionalista del Movimiento Moderno, Frank Lloyd Wright e Le Corbusier riconobbero proprio nella natura un modello dal cuale si poteva adottare un sistema di relazioni, piú che un’ispirazione formale –in un caso l’edificio veniva interpretato come organismo connesso con la natura, nell’altro si evidenziava l’analogia dei flussi di circolazione dell’edificio con il sistema linfatico; oppure Alvar Aalto ed Eero Saarinen interpretarono la natura come mezzo di approssimazione alla configurazione plastica, a partire dall’equilibrio tra l’ambiente artificiale ed il naturale. Queste due forme di relazionarsi con la natura seguono oggi vigenti alla luce della “crisi ambientale”, in cui l’ambiente costruito si é convertito in un problema per lo stesso ambiente naturale: gli edifici consumano la metá dell’energia che gli esseri umani usano, oltre ad essere responsabili di un’ingente emissione di CO2.

Ma proprio a causa dell’ereditá del Movimento Moderno, lo sviluppo di un’architettura che riflette una certa relazione con l’ambiente, oggi conosciuta come architettura sostenibile, ha mantenuto una posizione dualistica, la stessa che aveva dominato nella logica occidentale del XX secolo. Chi ha reinterpretato la linea di Aalto e Saarinen ha proposto un tipo di architettura dall’aspetto naturale, grazie all’introduzione di elementi organici – tetti e terrazze giardino – come pretesto d’avvicinamento alla natura. In tal senso, l’attenzione all’ambiente si é mostrata a partire dalla riproduzione della natura e nell’introduzione letterale di parti di essa nell’oggetto architettonico. Il dilagare di questa idea di sostenibilitá ha avuto diversi effetti collaterali a catena: le numerose proposte di improbabili giardini artificiali, in cui non si é preso in considerazione l’aspetto economico dovuto al mantenimento, hanno generato edifici “insostenibili”, che oltretutto ignorano la relazione e l’interazione dell’edificio con l’intorno immediato. Proprio per questo, il suffisso green si é convertito in un termine alla moda, piú che espressione di un concetto: green-technologies, green-arquitecture, green-buildings.

Mentre questa prima linea di sviluppo si é conformata con un’integrazione di tipo visivo facendo ricorso al mimetismo, piú che alla mimesi,  l’altra linea, quella influenzata da Wright e Le Corbusier, ha riflettuto sulla relazione tra architettura e contesto a partire dall’equilibrio, interpretato univocamente come interferenza minima tra edificio ed ambiente. Questo secondo approccio dell’architettura sostenibile si é basato sull’idea di un edificio dotato dell’isolamento sufficente a rendere nulla la variabilitá degli agenti atmosferici sulle condizioni di temperatura interne, ma anche sul recupero e la riutilizzazione del calore che si disperde durante il ricambio d’aria, questo rigorosamente meccanizzato (passive house). Cosí il progetto viene concepito come un sistema che si chiude fisicamente e concettualmente rispetto all’ambiente, con l’obiettivo di ridurre al massimo il consumo dovuto al condizionamento, anche a costo dell’isolamento tra uomo e natura.

Solo ultimamente, con l’introduzione delle tecnologie digitali all’interno del processo del disegno, cosí come nell’edificio stesso, si ha avuto la possibilitá di realizzare un tipo di architettura che interagisce con il contesto a partire dallo scambio dell’informazione. In questo caso l’architettura non solo traduce i concetti di performance e rendimento in un principio formale, allontanandosi da quel linguaggio che incorporava letteralmente la natura nell’edificio, ma passa ad essere attiva rispetto all’ambiente, riflettendo l’interazione nell’operativitá dell’edificio. Un esempio di questo tipo di edificio é il MediaTIC di Clod9 a Barcellona, il cui colore verde é solo una lontana allusione al suffisso green, dato che la potenzialitá del progetto risiede nell’utilizzo delle nuove tecnologie dell’informazione (TIC) finalizzate non solo all’interazione con l’ambiente, ma anche ad essere un pretesto formale, o piú specificatamente, epiteliale.

Il MediaTIC, oltre ad inseguire l’autosufficenza (i pannelli fotovoltaici disposti sulla copertura producono 29000 KWh/anno, mentre alcuni sensori regolano la climatizzazione e l’illuminazione interna a partire dell’occupazione effettiva dello spazio), non si isola dall’ambiente; questo genera un dialogo con l’intorno, giacché la “pelle” si modifica daccordo alla radiazione solare che riceve. Per mezzo del ETFE (Ethilene Tetrafluor Ethilene), il materiale ibrido che si é usato come rivestimento della facciata, non solo si migliora l’isolamento termico, ma si regola la creazione d’ombra a seconda delle condizioni esterne per mezzo di un sistema pneumatico. Ogni modulo di ETFE é composto da tre camere d’aria, che allo sgonfiarsi ed unirsi, generano ombra formando un unico strato opaco. A tal proposito, il MediaTIC mostra un approccio ibrido e diversificato, integrando nel progetto le diverse configurazioni dell’ambiente, tanto a livello operativo come estetico, senza arrivare mai ad isolarsi.

In conclusione, l’architettura si é vista obbligata a sensibilizzarsi rispetto all’ambiente, non solo a causa della incombente realtá della limitazione dei ricorsi energetici, ma anche perché a partire proprio da questo che si sono stabiliti i nuovi parametri che definiscono la qualitá del edificio. Nonostante ció, c’é chi continua ad ignorare il discorso dell’ambiente durante il proceso di disegno, e solo lo ricorda quando si richiede di aggiustare il progetto alla normativa; c’é chi lo considera solo da un punto di vista di marketing, perché “é alla moda”; e chi ha saputo adattarsi, non solo ai cambi politici ed ideologici, ma anche a quelli tecnologici e culturali della societá contemporánea, con l’obiettivo di contribuire alla risoluzione di un problema che, oltre l’allarmismo politico, stá coinvolgendo il pianeta intero.

Dati di progetto:
  • Architetto: Enric Ruiz Geli (http://www.ruiz-geli.com/)
  • Localizzazione: Distrito 22@, Barcelona
  • 3.572 M2
  • Superficie:23.104 M2
  • Preventivo:20.791.486 Euros
  • Costruzione 2009
  • Facciata ETFE: 2.500 m2
  • 20 % risparmio energético con filtro solare di ETFE
  • 42 punti del Decreto de Criterios Ambientales por el de Ecoeficiencia Energética de los Edificios (max di 57 punti)
  • Sala conferenze per 300 persone
  • Disponibilitá di occupazione:2.418 persone
  • 2 facciate accessibili
  • Foto: Manuela Ianni, David Abondano
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