Arata Isozaki “Fratture”


Nel 1997 La celebre rivista di Pierluigi Nicolin pubblicava un numero di straordinaria intensità emotiva. Oggi, 14 anni dopo, in collaborazione con Lotus, abbiamo deciso di ripubblicare su Channelbeta l’articolo di Arata Isozaki “Ruins”, fratture, relativo al padiglione nipponico alla sesta Biennale di Venezia del 1996 “Sensori del futuro. L’architetto come sismografo” curata da Hans Hollein. In quell’edizione quell’allestimento di Isozaki permise al Giappone di vincere il Leone D’Oro per la migliore partecipazione nazionale. Abbiamo deciso di riportare ai nostri lettori questo testo, oggi attuale come ieri, a causa degli straordinari avvenimenti che hanno colpito nuovamente questa straordinaria terra.
Gianluigi D’Angelo
Arata Isozaki “Fratture”
Nel 1995 il Giappone subisce due eventi catastrofici. Il 17 gennaio un forte terremoto colpisce la regione Hanshin-Awaji, distruggendo o bruciando 210.000 case e uccidendo 6300 persone; in totale risultano coinvolti circa 320.000 abitanti. Il 20 marzo del gas sarin viene sparso in molti punti della rete metropolitana dove, in particolare nelle vicinanze della sede del governo vengono colpite migliaia di persone (alcune uccise, altre gravemente intossicate e molte di più terrorizzate). Questo tentato eccidio di massa, ideato e realizzato dalla setta Aum-Shinri-kyo, è stato il tentativo di anticipare l’apocalisse finale di Armageddon, considerata come un destino ineluttabile. Il fatto che questa setta, o altri gruppi religiosi, avessero mezzi sufficienti per produrre il sarin non era immaginabile: infatti, in un primo tempo, si pensava che il disastro fosse un incidente e non un attentato, nonostante la presenza di un innegabile carattere di intenzionalità.
Nell’insieme le due scene ci fanno tornare alla mente due eventi di cinquantanni prima che non possono essere dimenticati, e che sono associati ai nomi di Hiroshima e Auschwitz.Il primo avvenimento ci ha fatto capire che una grande area urbana poteva essere distrutta all’istante, in qualsiasi momento; il secondo ha reso evidente che un affollato treno di pendolari – così familiare a ogni giapponese – non è, dopo tutto, tanto dissimile dalla camera a gas di un campo di concentramento. Se le scene di distruzione e morte vissute cinquantanni fa, durante il secondo conflitto mondiale, hanno avuto luogo in un clima di guerra, gli avvenimenti del 1995 hanno colpito come attacchi a sorpresa alla nostra vita quotidiana, in un tempo che credevamo di pace.

Circa centocinquant’anni fa, nel suo Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Karl Marx si era soffermato sulla ripetizione degli eventi storici: ciò che prima avviene in forma di tragedia, la seconda volta si ripresenta in forma di farsa. Se l’aforisma è vero, Hiroshima e Auschwitz sono state delle tragedie, Kobe e il sarin una farsa. In effetti, il governo giapponese ha tratta¬to gli eventi del 1995 come tali. Anche se aveva promesso in forma ufficiale di aiutare la ricostruzione delle aree distrutte, non è stato messo in atto nessuno strumento legislativo efficace a fronte di tale disastro, lasciando in pratica abbandonate a sé stesse quasi tutte le vittime. D’altra parte, ancora tremante per l’attentato al sarin, il governo sta prendendo in esame l’approvazione di un progetto di legge per la prevenzione delle attività sovversive. Queste risposte, o meglio questa mancanza di risposte, rilevano un atteggiamento che è quello di chi mette il carro davanti ai buoi. Nel caso delle vittime del terremoto, per prima cosa la legislazione avrebbe dovuto abrogare le tante normative che regolano i tentativi di ricostruzione. Nello stesso tempo, è del tutto insensato far passare nervosamente una legge che ha lo scopo di censurare ogni tentativo di rovesciare il governo. La setta Aum-Shinri-kyo, per la quale questa legge era stata pensata, si era già autodistrutta. E stato il governo giapponese, e non gli avvenimenti in sé, a conferire a tutto questo un tono di farsa.
Dire che un certo fatto accade due volte è come dire che si ripete. La ripetizione ha senso se il secondo avvenimento ricorda il primo. In questi esempi, gli elementi ripetuti sono il paesaggio urbano in rovina e l’omicidio di massa con il gas in un ambiente ermeticamente chiuso: cioè la sostanziale distruzione sia di ciò che è costruito che dell’apparato neurovegetativo dell’essere vivente. Proprio perché entrambi sono autentici omicidi di massa, dobbiamo fare attenzione alla loro ripetizione, anche se il governo li ha trasformati in farsa. Gli avvenimenti sono costituiti da quanto avviene davanti ai nostri occhi, ma anche dalla loro valutazione in un contesto storico. Nel caso di Kobe-Awaji, non vennero distrutte solo le piccole case di legno, realizzate in grande quantità prima o poco dopo la seconda guerra mondiale, ma anche gli edifìci più recenti costruiti in acciaio e cemento, e progettati secondo la normativa antisismica. Le superfìci dei palazzi erano ricoperte di insegne luminose che gareggiavano tra loro per attrarre l’attenzione, con immagini in continuo movimento e vistose decorazioni, mentre gli interni erano affollati di beni di consumo durevoli e necessari, ma anche di cose superflue. Quando gli edifici sono crollati, l’ordine che abitualmente dava significato allo spazio urbano si è dissolto e gli elementi, sia strutturali che simbolici, si sono ridotti a semplice materia. Sono scomparsi i segni e tutto è di¬ventato sostanza. La struttura degli edifici, la sostanza di quello che era stato accuratamente nascosto al fine di regolare il flusso delle attività urbane, si era adesso rivelata nella sua nuda materialità. Poiché gli oggetti dipendono dalla gerarchia di significati che occupano nella costruzione, gli ammassi di macerie formatisi ovunque risultavano amorfi e privi di significato. Strappati dai lacci del significato urbano, gli edifìci si presentavano lacerati fino alla completa nudità. Poi i resti sono stati rimossi, lasciando vuoti i lotti di terreno. Questo grado estremo dello spazio urbano, ridotto allo stato minimo delle macerie è quanto la tematica delle rovine significa oggi.
Le rovine sono sempre state presenti nella mia visione sin da quando, negli anni Sessanta, ho iniziato a pensare da architetto. Ravvivando il ricordo dei piatti orizzonti spazzati dalle fiamme che costituivano il paesaggio di ogni città giapponese nel 1945, ho cercato di creare un punto di osservazione dal quale rivolgermi all’intera storia dell’umanità. Ho pensato che tornare al punto in cui ogni costruzione viene annullata, e tenere presente questo riferimento come nuovo momento originario, rendesse possibile, di rimando, la progettazione di future costruzioni. Le rovine sono così diventate la fonte della mia ispirazione. Negli anni Sessanta, in particolare, la città del futuro era per me uguale a una città di rovine, e costruire rovine doveva avere come risultato la progettazione del futuro. L’ordine del tempo era sconvolto.
Dopo il rivolgimento culturale del 1968, il mondo sembrò sospendere la sua capacità di investire in idee. Sparita ogni traccia della volontà di progettare un possibile futuro, i momenti storici in cui si erano presentate le immagini delle rovine sembravano resuscitare. Il tempo era tornato indietro. Si può affermare che, negli anni Settanta, le rovine apparivano in modo ossessivo, pervase da un senso di nostalgia. Negli anni Ottanta, è avvenuto un grande cambiamento nel campo della tecnologia: si è scoperto che, nei mezzi di comunicazione elettronici, può esistere uno spazio alternativo. Stranamente, tuttavia, i paesaggi urbani del futuro che comparivano nel cyberspazio erano, ancora una volta, rovine. Le rovine erano riapparse in forma virtuale. Il fatto che ci troviamo sempre di fronte a delle rovine, sia che torniamo nel tempo storico sia che tracciamo lo scenario del futuro, mi ha fatto comprendere che il 1941 è un’esperienza originaria ancora radicata nel nostro immaginario collettivo.

A partire dagli anni Novanta, il reale e il virtuale si sono scambiati i ruoli nel mondo dell’esperienza diretta. Ad esempio, la Guerra del Golfo è stata trattata come un evento che aveva luogo solo all’interno dei mezzi di comunicazione. Non si poteva più dire se le immagini degli obiettivi distrutti fossero reali o fantasmatiche. Anche se pesanti masse di materiali solidi erano davvero esplose nel mondo reale, e doveva essere stato versato davvero caldo sangue umano, le scene che comparivano sugli schermi televisivi avevano la parvenza di un sogno. E in generale, a proposito di questa cosiddetta realtà, anche i giudizi sulla giustizia o sulla vittoria se mai queste cose davvero esistono sono rimasti in sospeso.
Sembra quindi che gli eventi del 1995 rappresentino un ritorno del virtuale come reale. Ossia, gli avvenimenti di cinquantanni prima, la cui memoria era sopravvissuta solo nelle immagini, entrando nella sfera del virtuale sono tornati ancora una volta a far parte del mondo reale. Le immagini di Hiroshima e Auschwitz, depositate nella nostra memoria come proiezioni di una sgranata pellicola in bianco e nero, hanno ripreso a vivere nel mondo reale, dove uomini in carne e ossa vengono feriti e si possono toccare e sentire. Sono nuovamente tra noi, dopo cinquantanni. Ciò significa che queste tragiche scene, sebbene siano direttamente vissute, sono anche un déjà vu. Il terremoto di Hanshin-Awaji ci ricorda inoltre un evento storico più remoto: il terremoto, con maremoto, che colpì Lisbona nel 1755 e che si crede abbia ucciso 20.000 persone. Sulla scia di entrambi i terremoti sono apparsi dei mistici che affermavano di aver predetto gli eventi: per Lisbona Emanuel Swedenborg, per Kobe il guru di Aum, Shoko Asahara. La predizione del primo ha suscitato gli interrogativi filosofici di Voltaire e Kant, mentre quella di Asahara, sebbene si sia concretizzata in un eccidio indiscriminato, condotto nel folle delirio egoico di sopravvivere ad Armageddon, ha finito per dimostrare con evidenza che, sotto il manto sfarzoso della modernità, le nostre relazioni sociali sono vicine al collasso. Non si può forse affermare che, nell’atto di disintegrare il mondo visibile, entrambi gli avvenimenti abbiano incarnato quella sfuggente ma profonda ansia che si nasconde nella sfera inconscia dei nostri tempi? I “profeti” si sono impadroniti di questi eventi solo in quanto dimostrazione dei loro poteri, e i filosofi li hanno utilizzati come questioni di fondo per dar forma al proprio pensiero. Ma gli architetti, il cui scopo è quello di realizzare edifici, dovrebbero formulare concrete proposte progettuali per la ricostruzione. Nel caso di Lisbona, venne deciso un imponente piano di ricostruzione, secondo il paradigma neoclassico. Se questo esempio fosse stato seguito da vicino, oggi la zona di Kobe sarebbe stata ricostruita automaticamente in forme neomoderne, l’attuale visione del futuro.
Ma dov’è il problema in questa semplice ripetizione? Oggi, duecento anni dopo il terremoto di Lisbona, è la stessa architettura a essere messa fortemente in questione. Per esempio, l’ingenua pretesa di mettere in opera una visione del futuro è più che altro una reazione al processo di morte termodinamica, ossia un movimento antientropico. Nel ciclo vitale il rapporto tra costruzione ed entropia è esplicito. In un contesto che si muove verso una condizione di macroequilibrio, la volontà di costruire incontra inevitabilmente una microresistenza, destinata a terminare con la morte del corpo vivente. Anche i geni serbano tale memoria e ripetono il processo di reazione, e l’onda della reazione a volte dà luogo a una crescita a più larga scala. La cosiddetta modernità si basa sul fatto che tale crescita possa procedere ininterrottamente. Spesso si stabilisce un telos (utopia) al fine di accelerare l’espandersi della crescita. Ma questa finisce quando si raggiunge il telos, che in sé è un compimento, ma anche una morte termodinamica. Quindi, la costruzione, se è semplicemente rivolta verso un certo telos, o progetto, facilmente cederà. Ogni costruzione finalizzata al progetto, al suo compimento, tornerà indietro verso uno stato di macroequilibrio, che vuol dire termine e morte.Al fine di mantenere la città come un organismo vivente, costruzione e distruzione dovrebbero essere effettuate insieme, nello stesso tempo. Un organismo sussiste grazie alla sistematica morte delle sue cellule, anche se un procedimento così organico non può essere applicato alla città. Invece, un colpo violento come un terremoto o una distruzione graduale come quella indotta dal diffondersi dell’inquinamento – fattori che recano gravi danni a un organismo vivente — sono componenti proprie del processo vitale di una città. E ormai tempo di tenere conto nell’ambito urbanistico di questo fattore, impossibile da evitarsi nel divenire di una città. Dopo tutto, la costruzione, se considerata in tutte le sue implicazioni, è sempre, nello stesso tempo, distruzione. La distruzione di una città, a causa di un terremoto o di un’altra calamità, è una fase di urbanizzazione; fa parte del divenire di una città. Lungi dal porre termine alla vita di una città, il disastro tende piuttosto a farla sussistere (si ricordi che persino dopo la bomba atomica Hiroshima si è sviluppata divenendo una città molto più grande). Al momento del disastro notiamo che le fratture lanciano d’un tratto attacchi a sorpresa contro la città, correndo lungo strade e palazzi, lacerando strutture domestiche e pubbliche, portando a una fine irreversibile cose insostituibili. Ma nello stesso tempo si cerca di rimarginare le lacerazioni, cominciando a produrre diversi progetti nel processo di ricostruzione. Questi tentativi di autorecupero sono “costruzioni” di altro genere, come i rifugi allestiti spontaneamente, senza un progetto compiuto. Tutti questi fenomeni fanno parte del metabolismo di una città che vive. In particolare, nel terremoto di Hanshin-Awaji, i tentativi dei volontari di soccorrere le vittime imprigionaté nelle macerie hanno avuto il ruolo di un meccanismo metabolico di sussistenza. L’immediata comparsa delle rovine è indubbiamente una scossa per la pacifica routine della vita quotidiana, ma poco a poco questa diviene la realtà, e ci porta a mettere in discussione ciò che davamo per scontato nella nostra consueta vita urbana. Questa presenza suscita un radicale interrogativo nei confronti di una concezione dell’architettura che ha saputo proporre solo progetti vincolati allo stato di morte termodinamica: scatenare fratture e lacerazioni nelle equilibrate concezioni urbanistiche non è forse un autentico modo di costruire? Ed esporre rovine in mezzo al costruttivismo moderno non è paradossalmente una rivelazione del costruire?
Quindi, sostenere che Kobe dovrebbe essere ricostruita secondo un piano neomodernista, seguendo il modello neoclassico di Lisbona, è solo una vuota ripetizione. In confronto con il piano più antico, che almeno dava forma alla tragedia riallacciandosi alla cultura greca, questo potrebbe tutt’al più rappresentare una farsa del Moderno, seguendo l’osservazione di Marx. Al fine di evitare che il Moderno si tramuti in farsa, dovremmo ora iniziare a esaminare il concetto di edificio, che già da sempre presenta in sé il grido disperato che invoca la ricostruzione. In questo ambito, il processo dinamico dovrebbe includere non solo la costruzione ma anche la continua decomposizione e dissoluzione, proprio come i meccanismi che assicurano il mantenimento della vita includono, come condizione sine qua non, la programmata autodistruzione dei geni. Perciò le rovine dovute a un disastro non significano necessariamente l’evento finale – Armageddon – ma piuttosto una fase necessaria nel processo costruttivo. L’architettura, in fin dei conti, è una “forma che si sta realizzando”, e ciò include inevitabilmente costruzione e distruzione, generazione e degenerazione. Questo modo di vedere l’architettura è un po’ come concepire un organismo vivente entro il suo processo di vita e di morte, o come una vita che tende costantemente a una fine inesorabile. Le rovine appaiono e riappaiono in molte rappresentazioni proprio perché incarnano un tratto caratteristico dell’architettura, ossia un importante meccanismo di sopravvivenza. Per quanto il loro aspetto sia inquietante non possiamo ignorarle, perché sono l’altra faccia del nostro essere.

In qualità di commissario per il padiglione giapponese alla sesta Biennale di Venezia, ho scelto per l’installazione il titolo Fratture, in base alla mia convinzione che il terremoto ponga alcune questioni di fondo sull’attuale concetto di architettura. Credo che le rovine o le macerie, dopo tutto, non siano né anti né non-architettoniche, ma che invece facciano parte di quel meccanismo vitale, proprio dell’architettura, che ne garantisce la sussistenza (sebbene si tratti di quella parte oscura e straordinaria che appare sempre in forma di alterità). Per quanto riguarda l’allestimento della mostra, riporto il testo pubblicato nel volume di presentazione del padiglione giapponese.
6-11 marzo, Tokio, studio di Arata Isozaki: costruzione del modello del padiglione giapponese, in scala 1:50. Alle ore 5.45 del 17 gennaio 1995, la regione Osaka-Kobe-Awaji del Giappone centro-occidentale fu colpita da un terremoto di intensità senza precedenti lasciando, secondo i dati ufficiali, 6300 morti, 210.000 case distrutte e 320.000 persone in cerca di un ricovero temporaneo. Nel momento in cui il terremoto colpì, sembrò che il mondo intero fosse percorso da fratture. Le strade si spaccarono e le autostrade sopraelevate crollarono. Le linee di faglia affiorarono sulla superficie terrestre. I grattacieli si riempirono di crepe e si rovesciarono, interi piani si schiacciarono l’uno sull’altro. Le reti di comunicazione saltarono. I sistemi di trasporto pubblico vennero interrotti e il traffico si arrestò del tutto. Vennero distrutti i moli e si fermarono le attività portuali. L’erogazione di gas, acqua, elettricità e altri servizi vitali cessò. Le famiglie che trovarono rifugio in edifìci pubblici persero la loro dimensione privata. I nuclei familiari si spezzarono. Si ebbero numerosi e gravi traumi psicologici. Le scosse furono così violente che i sismografi non furono neppure in grado di registrare un’intensità al di là della loro portata. Tutte le strutture urbane e le costruzioni, ma anche le strutture della società, i cuori e le menti della gente vennero attraversati da incrinature. Subito dopo lo shock sismico, i vari mezzi di informazione comincia¬rono a documentare il disastro, nella tipica forma del reportage.

Il fotografo Ryuji Miyamoto aveva già documentato un certo numero di edifici abbandonati e in rovina, colti nei successivi stadi del processo di distruzione. Erano rivelazioni eccezionali di quel pathos che esprimono le strutture realizzate dall’uomo nel corso della loro lunga agonia e al momento del loro estremo commiato, te¬stimonianze dell’architettura nel suo mas¬simo denudamento. Naturalmente Miyamoto realizzò una documentazione fotografica di Kobe, epicentro della scossa iniziale e delle più gravi conseguenze della distruzione. Osservando queste fotografie ho sentito che la mia fede, un tempo incrollabile nella “costruzione”, ora veniva stranamente umiliata, ora riemergeva. Per gli abitanti, che ben conoscevano il precedente assetto, i cumuli di macerie contenevano tracce della loro vita e al tempo stesso si presentavano come figure mostruose, che ravvivavano costantemente il ricordo del terrìbile istante del disastro. Il governo ha dato immediatamente inizio ai lavori di sgombero delle macerie, spazzandone via ogni traccia. L’architetto Katsuhiro Miyamoto, che aveva vissuto in prima persona il terremoto e aveva visto distrutta la propria casa, ha elaborato una controproposta: radunare le macerie nel centro della città, in modo da formare un monumento commemorativo per questo terremoto senza precedenti. L’intento è quello di partire dal rapporto tra i residenti e le strutture in cui vivevano e modificarlo, passando da un livello esplicitamente utilitario a un livello in cui contano la materialità e la memoria. Al di sotto del traffico cittadino corre, non vista, la rete sotterranea dei canali che diffondono l’energia e le comunicazioni elettroniche, come quelle telefoniche e del computer: una rete che assicura la vita della città. Il terremoto non ha colpito solo le emergenze visibili, ma anche questa rete di cavi e condotti. Se il terremoto ci ha offerto una lezione, è questa: quando il sistema di alimentazione energetica si disattiva, la vita cittadina viene gravemente compromessa; e se le comunicazioni si interrompono, si accentua uno stato di ansietà psicologica. L’architetto Osamu Ishiyama ha una lunga esperienza di studi e proposte di sistemi alternativi per vivere in modo autosufficiente, e negli ultimi anni ha elaborato progetti per migliorare le condizioni dei campi per i rifugiati, il cui numero aumenta in tutto il mondo. Interessandosi, come architetto, al caos in cui erano precipitate dopo il terremoto le telecomunicazioni, iniziò a mettere in dubbio l’efficacia dei consueti sistemi di trasmissione dei dati on-line e a sentire la necessità di costruire dei microsistemi in grado di funzionare quando le grandi reti di comunicazione vengono distrutte. Come responsabile del padiglione giapponese, ho creduto che dare spazio alle devastazioni di una città gravemente colpita, invece che a qualche ottimistica proposta architettonica, fosse un modo più adatto per esprimere la condizione attuale dell’architettura giapponese.

Il terremoto di Kobe del 1995 è sfuggito a ogni previsione. Particolare degno di nota è che nessuna teoria lineare, sistematicamente programmata e accuratamente messa a punto, è risultata di qualche utilità: e questo ci mostra che la realtà non corrisponderà mai alle previsioni. Così, in questo padiglione giapponese, abbiamo ricoperto interamente le pareti con le fotografie di Ryuji Miyamoto, e abbiamo realizzato l’idea del cumulo di macerie di Katsuhiro Miyamoto, prendendo espressamente i resti dal luogo del disastro e ammassandoli sul pavimento, con l’aiuto di volontari studenti di architettura. Bisogna anche ringraziare gli sforzi dei molti volontari del luogo che hanno cooperato in occasione dell’anniversario del disastro. A questo abbiamo aggiunto un’installazione che presenta alcuni sistemi simulati di comunicazione e di sicurezza studiati da Osamu Ishiyama. Si spera in questo modo di fornire un altro punto di vista sulle invisibili linee di approvvigionamento che scorrono sotto la città. Oggi le città giapponesi sono interamente ricoperte dalle insegne pubblicitarie di attività finanziarie impiantate all’epoca del boom economico, artificiosamente gonfiato, degli anni Ottanta. Il terremoto di Kobe ci ha nuovamente reso consapevoli del fatto che le città sono composte da strutture e forme concrete. Questo mutamento di valutazione è il tema principale della mostra, che ha visto gli sforzi congiunti di due architetti e un fotografo. E vorrei aggiungere che questo si accorda anche al mio attuale pensiero.
Arata Isozaki
da Lotus International n.93 stampato nel Giugno 1997 – Electa
Direttore: Pierluigi Nicolin. Foto di Ryuji Miyamoto























































