Gli amici della high line alla festa dell’architettura di roma

Gli amici della high line alla festa dell’architettura di roma
Lo scorso 10 giugno la Festa dell’Architettura di Roma ha ospitato ben quattro nomi altisonanti dell’architettura contemporanea che, ad un ritmo quasi frenetico, si sono succeduti sul palco della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica.
Eduardo Soto de Moura, James Corner, Bernard Tschumi e Massimiliano Fuksas, questi gli architetti a cui il curatore Francesco Garofalo ha affidato l’importante ruolo di approfondire alcuni temi centrali, i “NODI” (come suggeriva il titolo della sessione) della trasformazione della città contemporanea. Un ruolo impegnativo, senza dubbio, che però si è esaurito nella presentazione di una carrellata di progetti più o meno noti. Unica eccezione la presentazione congiunta di James Corner, il maggior paesaggista americano, e di Robert Hammond, giovane imprenditore newyorkese, direttore esecutivo degli “amici della High Line”.
“Il tempo è il soggetto principale del progetto”. Questo lo spunto di riflessione che Corner e Hammond lasciano a coloro che si occupano a vario titolo della trasformazione della città contemporanea. Essa, infatti, non è il risultato della giustapposizione di progetti, seppur di altissimo profilo, ma si costruisce attraverso processi che riescano a far convergere conoscenze tecniche, interessi economici, volontà politiche e consenso sociale.
Entrambi i progetti presentati, il Parco di Fresh Kills e il giardino pensile della High Line, assumono queste riflessioni come dati di partenza e si configurano essi stessi come processo. “In questo senso la vera sfida – dice Corner - è comunicare che il valore di una trasformazione non è nella sua configurazione finale, ma esiste già nelle sue fasi di transizione. Il paesaggio intermedio ha una sua qualità intrinseca che il progetto deve essere in grado di valorizzare. Il progetto di paesaggio necessita di una strategia semplice, ma in grado di evolvere e diventare complessa nel tempo.”
Per la riconversione della discarica di Fresh Kills, ad esempio, la definizione del programma ha avuto un ruolo fondamentale. Si tratta di qualcosa di diverso dal progetto di un parco, esso rappresenta piuttosto l’applicazione di un metodo a partire dal quale il parco può svilupparsi. La comunicazione assume un ruolo fondamentale sin dall’attuazione delle prime fasi di questo programma, e in un certo senso ne rappresenta la fase preliminare, attraverso la quale catalizzare quel consenso sociale che determina il successo di un progetto di trasformazione.
Sul ruolo fondamentale della comunicazione insiste anche R. Hammond nel raccontare le vicende che hanno reso possibile la trasformazione della “linea della vita” (originariamente la High Line era chiamata così perché serviva per il trasporto delle derrate alimentari) in un vero e proprio spazio sociale. Affinché una trasformazione venga riconosciuta come parte di una città e metabolizzata nel suo ciclo vitale, ci racconta Hammond, è necessario che essa diventi allo stesso tempo un’opportunità politica, sociale ed economica. Spesso quest’opportunità va costruita intorno ad un’idea iniziale, la cui comunicazione è alla base del progetto. Il logo intorno al quale si è costruito il processo di rigenerazione dell’High Line, ad esempio, è stato un vero e proprio elemento di aggregazione, quasi un punto di riferimento.
L’intera vicenda legata alla riconversione dell’High Line è emblematica. Nel 1980 viene dismessa, nel 1999 il comune di New York decide di abbatterla e, sarebbe andata davvero così se un comitato , “Friends of the High Line”, non avesse creduto in un’idea ritenta da molti poco realistica ed economicamente svantaggiosa. Per fortuna le cose sono andate diversamente. Il progetto di J. Corner, vincitore di un concorso internazionale nel 2004 e ormai quasi completato ( l’ultimo tratto sarà inaugurato entro il prossimo anno), ha trasformato un relitto post-industriale in un paesaggio inedito. In esso la città svela se stessa attraverso punti di vista insoliti e utilizzando tracce e materiali esistenti .
Si tratta della messa a punto di un “dispositivo temporale”, come lo definisce lo stesso autore, che ridefinisce la complessa identità di un luogo che, prima infrastruttura, poi relitto, si trasforma in un vero e proprio generatore di paesaggio.
Le scelte progettuali sono poche ma essenziali: conservare la struttura esistente; considerare l’High Line come una successione di sezioni sempre diverse tra loro; trasformare le criticità in occasioni progettuali.
Il risultato è vincente, lo dimostrano gli oltre 40 progetti realizzati, in corso o in fase di progettazione lungo i circa due chilometri del parco; ne sono testimonianza i numerosi eventi che lungo la High Line vengono organizzati; lo confermano i 750 milioni di dollari di entrate a fronte di un investimento iniziale 5 volte minore.
Se, come affermato nell’introduzione al programma della Festa dell’Architettura, osserviamo Roma (e non solo) a partire da quanto raccontato da Hammond e Corner il confronto appare quanto mai stridente.
Chiara Rizzi





























































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