Il Piano Casa e il disegno di legge sulla qualità dell’Architettura

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Il Piano Casa e il disegno di legge sulla qualità dell’Architettura

Gianluigi D’Angelo

Quasi un anno fa, al Congresso Mondiale degli Architetti di Torino, l’intervento dell’On. Sandro Bondi non passò inosservato. Non fu una scontata relazione di circostanza, sorpresero le parole e ancor di più il coraggio del Ministro di accollarsi un impegno così gravoso: un disegno di legge sulla qualità dell’architettura. Un disegno nel suo testo sicuramente discutibile e migliorabile, ma in ogni caso di grandissimo valore, in quanto primo atto formale verso una serie di riforme attese ormai da decenni. Va riconosciuto inoltre lo sforzo fatto per organizzare una consultazione on-line per la raccolta di critiche e suggerimenti a tale Disegno. Va sottolineato che in Italia è la prima volta che viene utilizzato dal Governo uno strumento di consultazione di questo tipo. In precedenza abbiamo avuto esempi del genere solo a livello comunale, come quello del Comune di Roma con la Delibera di Consiglio n°57/06 dal titolo “il Regolamento per l’attivazione del processo di partecipazione dei cittadini alle scelte di trasformazione urbana”. Una procedura che ci allinea alla tendenza dei principali paesi europei, riprendendo i principi dell’Agenda 21 nella quale è dedicato un intero capitolo proprio sugli aspetti partecipativi della società.

Oggi è passato quasi un anno da quel discorso, il Governo ha varato molte leggi, decreti e quant’altro in virtù anche di comprensibili e note urgenze sopravvenute. Il Disegno di Legge sulla qualità dell’Architettura è ancora lì, fermo, ma intanto lo stesso Governo presenta il “Piano Casa”, configurandolo come una delle priorità del momento. L’incremento del patrimonio immobiliare per garantire “la casa per tutti” è una priorità universalmente condivisibile a prescindere dai valori ideologici di una società democratica e moderna. E’ contemporaneamente una grande opportunità di rilancio del settore dell’edilizia in così grave crisi. Tuttavia, la volontà emersa in questi giorni, cioè quella di aumentare il patrimonio immobiliare mediante il recupero di cubatura sugli immobili esistenti (chiusura di terrazzi, balconi o sopraelevazioni), è pericolosa e in palese conflitto con qualsiasi concezione di qualità dell’architettura e degli spazi urbani. Il rischio concreto è quello di produrre danni irreparabili nei centri storici e non solo.

C’è da sottolineare che, oltre al concreto rischio di speculazione edilizia denunciato dalla sinistra, questa strategia non produrrebbe alcun effetto reale in quanto non creerebbe nuove abitazioni, ma semplicemente amplierebbe quelle esistenti, dando benefici solo a chi ha già una casa.

Nessun effetto reale, quindi, ma un’ulteriore densificazione di aree i cui livelli di vivibilità sono già compromessi dalla scarsità di spazi pubblici per abitante. Il D.M. 1444, da oltre 40 anni, sancisce nel nostro paese gli standard urbanistici che impongono almeno 18mq di spazi pubblici per abitante di cui la metà adibiti a verde pubblico ed un quarto a parcheggi. Questi standard, nonostante oggi possano essere considerati superati ed insufficienti, spesso non sono neanche lontanamente raggiunti. A Napoli ad esempio, abbiamo appena 4,87mq/ab, da impallidire se confrontati con i 100mq/ab. di Stoccolma. In una tale condizione è da escludere qualsiasi ipotesi di aumento di cubatura. Realisticamente, se in Germania abbiamo 50mq/ab e in una metropoli come Londra addirittura 80mq/ab allora è chiaro che i nostri 18 mq/ab o meno sono insufficienti. Densificare ed andare in deroga agli già striminziti standard attuali sarebbe un atto di grave incoscienza.

Per migliorare la qualità delle nostre città dobbiamo preservarle da ogni possibile superfetazione, sia per salvaguardarne il valore estetico, sia per non comprometterne la vivibilità.

Di fronte a tale problematica, nella volontà di cercare un filo di continuità e coerenza tra l’attuale “Piano Casa” ed il Disegno di Legge sulla qualità dell’Architettura presentato da Sandro Bondi, le strade percorribili, anche contemporaneamente, potrebbero essere due: quella del recupero degli immobili abbandonati e quella della realizzazione di nuovi quartieri per alloggi, privilegiando la loro localizzazione in aree ex industriali ormai inglobate nei centri urbani.

Per valutare i risultati di queste strategie basta visitare i quartieri “social housing” di alcune grandi città europee come Madrid, Amsterdam o Berlino oppure piccoli esempi come Vitoria-Gasteiz. Essi sono la dimostrazione tangibile che si può produrre edilizia popolare di qualità e riconversione in tempi relativamente brevi, mediante investimenti molto bassi da parte dello Stato. Sarebbe auspicabile che queste nuove aree urbanizzate possano essere sviluppate utilizzando standard urbanistici verosimilmente “europei”, almeno di 25-30mq di spazi pubblici per abitante, che ospitino servizi e creino opportunità commerciali e culturali. La qualità in un centro urbano è sì data dal suo valore architettonico, dal suo valore artistico, ma se viene compromessa la sua vivibibilità, questi valori non hanno più senso perché non è possibile giovarsene a pieno.

“Il pieno sviluppo della persona umana”, come scritto nel “Piano Casa”, non è dato solo dal diritto all’abitazione, ma anche e soprattutto dal diritto a degli spazi pubblici il più possibile vivibili, decorosi, ampi e attrezzati. Sono i luoghi delle relazioni che creano una società, e l’estetica ne è il suo frutto e il il suo specchio. Essa non è rappresentata dalle opere puntuali. La qualità in architettura, nella sua espressione più compiuta, non è rappresentata dalle singole opere d’arte, ma dalla sua complessità e dall’armonia degli elementi che la compongono. Tale processo ha bisogno, oltre che di grandi investimenti,di molto tempo e non può essere risolto con una formula magica.

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