A proposito del cosiddetto “Piano casa”

A proposito del cosiddetto “Piano casa”
Francesco Garofalo
1. Il piano casa sono due
Non si è capito chi ha fatto confusione, se i soliti giornalisti o il governo di proposito. Esiste da un anno un provvedimento chiamato “piano casa” che serve a promuovere l’edilizia abitativa di fronte alla crisi dei mutui e degli affitti. E’ un investimento di 550 milioni di euro, e sono soldi del povero Prodi che il governo Berlusconi non è ancora riuscito a spendere. Questo piano è assai criticabile per vari motivi: al di la del nome roboante che richiama gli anni settanta quando le case popolari si costruivano a decine di migliaia all’anno, si tratta di pochi soldi. Dividendo 550 milioni per 100.000 euro escono fuori 5.500 alloggi, una bazzecola, se si pensa che il mercato privato ne ha costruiti 297.000 nel solo 2007. Inoltre l’attuazione del piano è stata scritta sotto dettatura dei costruttori, che già in questo caso cercano di trasformare il finanziamento in un sostegno di stato al settore in crisi. I soldi, tramite le regioni, andrebbero a finanziare progetti già fatti e chiusi nei cassetti degli operatori privati, senza innovazione e qualità che non siano i soliti pannelli solari sul tetto. In cambio, c’è una piccola percentuale di alloggi a fitto concordato.
Il provvedimento in discussione che verrebbe approvato venerdì, non riguarda la casa e non può dare una casa, né in assegnazione, né in affitto a chi non ce l’ha. Semplicemente riguarda qualsiasi tipo di edificio privato, palazzina, capannone, ufficio, centro commerciale.
2. Cementificazione? No, densificazione
Non convince del tutto nemmeno la risposta della sinistra e degli urbanisti, ispirata a quella che in America chiamano knee-jerk reaction. E’ probabile che le conseguenze del provvedimento saranno meno massicce di quanto temuto, ma anche di quanto auspicato in funzione anticiclica. Il vero smottamento è amministrativo e urbanistico. Distribuire sul territorio le opportunità edificatorie è la vera leva dei piani regolatori, se invece questi incrementi previsti del 20 e del 30% sono tutti in deroga ai piani vigenti, si spalmano indifferentemente ovunque. Inoltre i Comuni incasseranno poco da questa capillare valorizzazione perché sono previsti massicci sconti ai contributi che chi costruisce deve pagare per le infrastrutture pubbliche (reti, servizi, trasporti ecc.).
La densificazione può essere un buon obiettivo, ma la qualità è una cosa generica che non si ottiene e non si è mai ottenuta per decreto, ci vogliono incentivi più raffinati.
3. Un aiuto di stato
Si è già ironizzato sulle villette e le due stanze in più. Chi vive in condominio si dovrà accontentare di chiudere il balcone e la veranda e questo non migliorerà certo il paesaggio urbano. A parte il privilegio dato coloro che hanno la villetta invece dell’appartamento, che si configura come una trasversale forma di discriminazione sociale, i cantieri che apriranno saranno solo quelli di chi è ancora disposto ad investire il proprio risparmio su questa forma valorizzazione patrimoniale. Per quanti siano, forse non bastano a riavviare l’edilizia. In realtà i principali destinatari del provvedimento sono gli operatori economici, non i padroni di casa. Chi ha o può acquistare interi fabbricati può davvero ricevere il premio dell’incentivo. Si tratta dunque di un aiuto di stato a costruttori e immobiliaristi, cioè a un settore economico in crisi. La differenza con le automobili è che dopo qualche anno il prodotto lo cambi comunque, mentre le costruzioni sono quasi irreversibili.
4. Una finta deregulation
Infine c’è poco da strillare per la deregulation. La sinistra non ha le carte in regola: da anni fa la faccia feroce in parlamento e sui giornali, e poi si arrangia come può nei comuni. Tuttavia se Berlusconi voleva guadagnare punti come capo di un governo veramente liberalconservatore, avrebbe dovuto mettere mano alle norme, semplificare e tagliare. Invece che fa? Scarica tutto sulle spalle dei tecnici. La deregulation è a rischio e pericolo di chi firma i progetti. Questo punto lo capisce bene chiunque faccia il nostro mestiere. In Italia è assai difficile stabilire che una qualsiasi cosa si può fare, se non si va a parlare prima con il geometra del Comune, l’architetto della Soprintendenza, il vigile del fuoco, l’ufficio d’igiene della Asl, il funzionario della Regione ecc. ecc. Questa supplenza con un colpo di firma la dovrebbero esercitare i 140.000 architetti italiani (senza dire degli ingegneri): un esercito sterminato di tecnici impoveriti e poco qualificati. Se volete incaricare dei kamikaze, almeno pagateli meglio.
Francesco Garofalo
Francesco Garofalo (Ancona 1956) è attualmente professore ordinario di progettazione alla Facoltà di Architettura di Pescara, dopo avere insegnato all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, e per numerose università nord-Americane. Prima di frequentare il dottorato di ricerca a Roma è stato borsista CNR e Visiting Scholar alla Columbia University di New York. E’ autore di una guida all’architettura italiana, due libri su Adalberto Libera, e uno su Steven Holl, tradotti negli Stati Uniti. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di scritti intitolata “Architettura scritta” nella collana I Testimoni dell’architettura dell’editore Allemandi. Come consulente del Vicariato di Roma Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha curato i concorsi per la chiesa del Giubileo a Roma, per il Centro delle Arti Contemporanee e l’ampliamento della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma. Per la Biennale di Venezia, Francesco Garofalo ha coordinato nel 2006 il laboratorio internazionale di progettazione “Learning from Cities”; nel 2008 è stato scelto come Curatore del Padiglione Italiano.
Francesco Garofalo e Sharon Miura costituiscono lo studio Garofalo Miura Architetti nel 1997. Lo studio GMA è stato invitato alla mostra internazione di Architettura della Biennale di Venezia nel 2002 e nel 2004.





























































Leave a Reply