Cento anni di solitudine Interviste a G. Mazzanti e A. Piñol

Cento anni di solitudine
Interviste a G. Mazzanti e A. Piñol
Manuela Ianni – David Abondano Franco
Succede a volte che nella mappa mondiale dell’architettura ci si dimentichi di interi continenti, forse legati ad una immagine troppo lontana da quella delle riviste. Paesi costretti nella rappresentazione mediatica a loro associata, la quale con il tempo finisce per diventare opinione comune e costituire una realtá parallela.
Si pensi al Sudamerica, si pensi alla Colombia e l’idea della povertá, della violenza, dell’abuso edilizio, della strada polverosa e dei bambini che vi corrono a piedi nudi è subito evidente. Però poi succede anche di poter conoscere e di scoprire una realtá diversa dall’aspettativa… ed ecco apparire , una cittá che dall’alto si estende calma, maestosa ed immobile, quasi un paradosso assoluto rispetto a quanto accade una volta tra le strade.
É qui infatti che la cittá si agita trasformandosi in un fiume umano, che corre voluminoso tra gli edifici in mattone ad opera di , centri commerciali, parchi ed un incredibile qualitá dell’edilizia residenziale. Qui il dibattito d’architettura si fa piú contemporaneo, ma basta salire in uno degli innumerevoli grattacieli, perché si possa rivelare anche l’altra faccia della cittá, quella fatta di autocostruzione selvaggia e degrado. Questa è Bogotá, una cittá fatta di contrasti e giustapposizioni, che sono la sua problematica ma anche la sua forza.
Questa realtá del paradosso si estende in tutto il Paese superando i limiti dell’architettonico e dell’urbano, convertendosi in una realtá nazionale. Due biblioteche costruite recentemente in due punti diversi del Paese mostrano con chiarezza la situazione del contrasto, segnata per la disegualitá sociale e la povertá. Questi aspetti generano un contesto unico rispetto al quale si forma un tipo d’architettura capace di avvalorarsi con il processo di interazione con la comunitá.
La Biblioteca España situata nella cittá di Medellin e realizzata da Giancarlo Mazzanti, architetto di origine italiana che vive e lavora a Bogotá; la Biblioteca Pública di Villanueva ad opera di un gruppo di giovani architetti formato da Alejandro Piñol, Carlos Meza, Germán Ramírez, Miguel Torres sono due progetti che si incontrano per mezzo del compromesso sociale e la relazione immediata con il contesto.
Il primo opera attraverso il concetto di icona: un oggetto “roccioso” incrostato nella montagna, fa in modo che un quartiere degradado possa recuperare il suo orgoglio e si renda visibile non solo rispetto alla cittá, ma anche rispetto al resto del mondo. Il secondo incorpora la comunitá direttamente nel processo costruttivo, generando occasione di lavoro per gli abitanti e “riabilitando” socialmente chi fin ad ora si occupava del conflitto armato locale.Lo stesso processo costruttivo volutamente si basa su mano d’opera non qualificata e utilizzo del materiale locale. Cosí cominciando dal compromesso con il sociale, l’architettura colombiana si apre al mondo.
Manuela Ianni – David Abondano Franco Channelbeta
INTERVISTA AD ALEJANDRO PIÑOL SULLA BIBLIOTECA PUBBLICA DI VILLANUEVA
Manuela Ianni- David Abondano Franco- Carlos Cortina
Quando si guarda il progetto della biblioteca, si percepisce una semplicitá assoluta. Piú che una tendenza o uno stile, quale concetto vuole trasmettere?
Abbiamo costruito un concetto con il dialogo. Lo abbiamo costruito lentamente dopo aver vinto il concorso, mentre affrontavamo le problematiche reali del progetto, piuttosto che nel nulla; ripensando le ovvie relazioni tra le varie componenti coinvolte: fra il clima ed il contesto, il luogo e la città, le manifestazioni sociali e lo spazio pubblico, fra l’artigianato e l’avanguardia.Tutto puntava al fatto che una biblioteca pubblica , laddove il paesaggio si estende senza bordi come un area immanente, poteva essere un’occasione architettonica per definire un dialogo compreso all’interno di una figura importante, per questo ci siamo voluti occupare della duplice idea di una costruzione rappresentativa, peró allo stesso tempo abbastanza aperta in modo da poter generare manifestazioni sociali senza realmente progettarle.
La sostenibilitá si é convertita in un termine di moda. Piú che utilizzarla come risorsa di una “coscienza ambientale”, visto che é giá fenomeno di una strategia di marketing, in che senso si può parlare di sostenibilitá nel tuo progetto?
Sono d’accordo. La sostenibilitá significa fare il necessario per garantire che le generazioni future possano continuare a vivere nel pianeta e questo significa che bisogna risolvere il problema del sociale, in sostanza, sono imprenscindibili l’uno dall’altro. La sostenibilitá in questo progetto si incontra nella sua costruzione sociale, nella sua spazialitá e nella tecnica di realizzazione. É importante che gli edifici partecipino attivamente a la integrazione sociale, menzionata con frequenza anche in Colombia peró raramente utilizata come elemento del progetto, aldilá di un fatto puramente superficiale.
Potrebbe spiegarci le motivazioni nella scelta dei materiali?
In primo luogo, crediamo fortemente in una scelta politica: questo ci aiuta a capire che le costruzioni formano la realtá, benché sia innegabile che la cultura colombiana si tinge di una reticenza coloniale, se volessimo progettare una costruzione allineandola fedelmente al nostro carattere distintivo, non solo dovrebbe assomigliare ad una ma realmente essere una, sperando di cominciare ad avanzare rispetto a questa letargia. Ma stavamo cercando anche una ragione pragmatica: ci siamo impegnati a generare una costruzione sostenibile, principalmente perché doveva essere una costruzione economica. Cosí non abbiamo impiegato molto tempo per scoprire che nella zona di progetto ci sono enormi piantagioni di pino e che era possibile raccogliere le pietre dal fiume vicino. Legno e pietra sono entrambi materiali senza emissione di CO2 e nonostante la loro abbondanza, qui in Colombia, non erano mai stati utilizzati finora per la costruzione.
Per concludere, é ben chiaro che il progetto contiene un grande compromesso sociale, peró in una societá dominata dall’immagine questo non é sufficente. Che importanza ha l’immagine nel tuo progetto?
Dobbiamo essere coscienti del gioco etico al quale stiamo giocando in questo mondo estetico: se nessuna di queste di buone intenzioni sembra attrattiva, nessuno la apprezzerá o vorrá ascoltarla, ma in realtá i fuochi d’artificio che stiamo usando non sono formule testate, piuttosto il risultato della logica dovuta alla limitazione del budget e alla sensibilità per la materia prima.
INTERVISTA A GIANCARLO MAZZANTI
Manuela Ianni- David Abondano Franco- Carlos Cortina
Come descriverebbe l’attuale situazione dell’architettura in Colombia?
Per molti anni in Colombia si considerò che si potesse fare architettura in una sola forma: contemporanea nella maniera di essere concepita e nella sua interpretazione. Non esattamente attualizzata come forma costruttiva, pero sì per la sua posizione concettuale.“L’architettura si fa così e questa è la unica forma di fare architettura”.
Chiaramente questa affermazione creò un quantitativo di dogmi e di posizioni rigide rispetto alla progettazione. Gli stessi architetti della mia generazione furono educati in questo contesto e per molti anni hanno realizzato un’architettura di grande valore, che oggi si riflette in una città come Bogotà.
Però all’improvviso iniziarono ad apparire una serie di “micro-discorsi”, che andavano oltre la nozione di una architettura unica, totalitaria e assoluta. Un fenomeno emergente che iniziò a destabilizzare i canoni con cui fino ad ora si progettava, tanto che incominciarono ad apparire diverse forme di fare architettura. Prendendo l’esempio della città di Medellin: qui non solo incominciarono ad esistere forme nuove della costruzione, ma si può incontrare un discussione d’architettura molto più contemporanea di quello che sta passando a Bogotà. Discorsi molto più “universali” che non perdono di vista la problematica del “locale”. Non stiamo scoprendo nulla di strano, nè stiamo producendo una forma nuova di pensiero, semplicemente é in atto un grande cambiamento. Una cosa fondamentale è che la Colombia è un paese dove c’è un gran fervore nella costruzione di opere pubbliche e tutto avviene tramite concorso, permettendo a giovani architetti di ricavarsi il proprio spazio.
Qual è il motivo per cui all’improvviso le riviste internazionali incominciano a guardare alla Colombia, dove risiede l’interesse?
Fin ad ora in Colombia abbiamo vissuto come isolati dal resto del mondo, a causa della violenza e delle sue degenerazioni, cosa che ci ha obbligato a rimanere concentrati unicamente nel problema locale. Però ora questo paese si sta aprendo al mondo, si sta connettando e si sta facendo più visibile, ed è per questo che incominciano ad apparire situazioni interessanti per lo straniero.
Quello che stiamo facendo oggi nel campo della progettazione ha più relazione con ciò che sta passando nel resto del mondo, rispetto a quello che si faceva fino a qualche anno fa. Con questo non intendo dire che il tema della progettazione locale non sia importante, però prima si generava in una forma così talmente legata al contesto da non produrre nessun tipo di interesse.
Che cosa a livello architettonico, spaziale e concettuale può interessare di questa nuova forma di fare architettura?
Prima di tutto l’interesse risiede in come l’architettura è capace di costruire e produrre situazioni in un intorno così violento e con un alto livello di deterioro, cosa che non passa in tutti i paesi. Si potrebbe parlare, quindi, di progetti di buona qualità inseriti in una realtà degradata fisicamente, ambientalmente e con alti livelli di povertà. Si potrebbe parlare di progetti che, in questo contesto, sono capaci di produrre un certo benessere sociale.
In effetti viviamo in una realtà in cui siamo abituati a vedere architettura contemporanea inserita in un contesto economicamente e socialmente sviluppato, può essere che la novità e l’interesse per i nuovi progetti in Colombia risieda proprio nel contrasto con l’intorno?
Io credo di sì, pero aggiungerei che una delle ragioni risiede nello stesso sistema mediatico che, necessitando continuamente materiale nuovo, si interessa a questi paesi fin ora avvolti nel silenzio e dove incominciano ad apparire certe cose.
Qual è l’obiettivo e la scommessa della Biblioteca?
La sparizione dell’elemento come oggetto. Mi interessano sistemi che non pretendono di essere formali. La scommessa della biblioteca non è stata quella di creare un semplice edificio, ma di realizzare un simbolo caratterizzante per la città. Un elemento in grado di generare affettività. Un elemento in cui gli abitanti potessero riconoscersi e sentirsi orgogliosi di vivere in una comunità, che fin ad ora era stata conosciuta solo per essere il ritrovo dei sicari di Pablo Escobar.
Un pò come l’effetto Guggenheim?
Si, in verità potrei dire di si, ma mi interessano di più altre cose rispetto alla Biblioteca, come per esempio l’effetto di decontestualizzazione. Mi interessa produrre diagrammi di nuove possibilità più che la creazione di nuove forme.
Che succede se prendiamo l’abitante abituato a vedere costantemente dalla finestra la sua città e lo collochiamo in un punto in cui all’improvviso scompare questa vista?
La Biblioteca è rivestita da una membrana che permette alla luce di entrare dall’alto, ma che elimina la relazione con il quartiere e con la città. E’ come trasportare l’abitante di Medellin in un altro luogo. L’architettura è stata realizzata sempre rispetto a due posizioni: una rispetto alla contemplazione, architettura come oggetto per essere guardato, e l’altra è un architettura costruita rispetto alla funzione. Che succede se non entrano più in gioco questi due sistemi? Che succede se girar intorno ad un edificio non è più un atto di efficenza e contemplazione, ma può essere un’altra cosa?
Dal punto di vista della contemplazione, del guardare e dell’essere guadato, che pensa del concetto di immagine?
Siamo immersi nell’architettura d’immagine, peró siamo coscienti della grande critica rispetto alla nozione di immagine. La forma piú diffusa di criticare l’immagine è la sua complicitá nella sparizione dell’ oggetto dietro a tutto ciò che succede intorno ad esso. Però la Biblioteca Santo Domingo doveva essere tutto questo, altrimenti non avrebbe avuto senso.
L’immagine é il successo della Biblioteca?
Le situazioni non si possono prevedere tutte in architettura. Io per esempio non potevo prevedere tutto l’interesse mediatico che avrebbe avuto la Biblioteca e la sua situazione di richiamo per il turismo.
LINKS:
Nuova Biblioteca Pubblica Santo Domingo
Biblioteca Pubblica di Villanueva





























































Leave a Reply